Category Archives: Mafie e Giustizia

BORSELLINO, 25 ANNI DOPO LA STRAGE DI VIA D’AMELIO

Pubblicato da Luca Cianflone il 19/07/2017

Odio il 19 luglio come odio il 23 maggio, degli anniversari delle stragi di mafia non sopporto il pianto e la commozione generale, tutta la retorica che si nasconde dietro, la falsità di alcuni, la rassegnazione di altri ma soprattutto l’ignoranza di molti!

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Non ho voglia di ricordare Paolo Borsellino e il suo valore, altri, la maggior parte, sarà già impegnata da ore in questo che sembra essere ormai diventato non altro che esercizio abituale. Io voglio parlare di oggi, di domani, in pratica di quello che le istituzioni faranno e vorranno fare per concedere a Borsellino, alla famiglia ed al paese intero quella verità che manca, ed oggi più che allora ne dobbiamo essere consapevoli.
E’ di qualche settimana fa la sentenza di revisione del Processo Borsellino: i colpevoli dei processi passati sono stati assolti, questi i nomi: Gaetano Murana, Giuseppe Orofino, Cosimo Vernengo, Natale Gambino, Salvatore Profeta, Giuseppe La Mattina, Gaetano Scotto, Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura.
Tutti questi sono rientrati nella mistificazione e nelle coperture messe in atto da ” menti raffinatissime”, durante anni di indagini e processi.
Il pentito Scarantino, poi pentitosi di essersi pentito, è stato il grande accusatore di questi macabri giochi, dopo decenni di udienze ed indagini, diversi tentativi di ritrattazione, la conferma delle fragilità delle tesi accusatorie sono state messe definitivamente in dubbio dal collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, il quale accusandosi dell’attentato smentì ricostruzione Scarantino, senza Spatuzza probabilmente saremmo ancora immersi nella falsità, con diversi innocenti in carcere o caricati di orrori non compiuti da loro.

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Il 20 aprile scorso, invece il quarto grado del processo Borsellino, nato sempre dalle dichiarazioni di Spatuzza ha condannato all’ergastolo  i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino; dieci anni sono stati inflitti ai falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci. Prescritto, invece, Vincenzo Scarantino. I giudici hanno riconosciuto al falso pentito l’attenuante di essere stato indotto a fare le false accuse.
Ora sappiamo con certezza e possiamo gridare al mondo che alcuni soggetti, per forza di cose vicinissimi alle indagini, hanno depistato e corrotto inquirenti e magistrati!
I pm dell’accusa del Quater non sono riusciti a dare un volto a queste “menti raffinatissime”, interrogate diverse figure istituzionali vicine in quegli anni a Scarantino, non si sono ottenute prove sufficienti per regalare alla storia i colpevoli di questi depistaggi, l’unico soggetto colpevole di questi atti sembra essere l’ex funzionario di Palermo, poi questore Arnaldo La Barbera, ormai deceduto anni fa…

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Di questo vorrei si occupassero le trasmissioni e l’informazione, importante ricordare impegno e sacrificio degli uomini di Stato uccisi dalle mafie, ma fondamentale sarebbe ristabilire giustizia in una vicenda che ha segnato e segna ancora oggi la storia italiana del secondo dopoguerra, poi ci sarà tempo per tutto il resto, concediamo alle famiglie delle vittime della strage di via D’Amelio la verità, in un paese civile e libero, questa dovrebbe essere la volontà e l’obbiettivo di tutti!

CASO CONTRADA, LA CASSAZIONE NON ANNULLA SENTENZA

Pubblicato da Luca Cianflone il 07/07/2017

In queste ore i mezzi d’ informazione esultano alla notizia che ieri, la Cassazione di Roma, si sia espressa a favore del ricorso del legali di Bruno Contrada, famoso esponente del Sisde degli anni 70^ 80^, annullando la sentenza di condanna della Corte di appello, ormai già scontata dallo stesso.
La vicenda è complessa, ma esultare ed attaccare i magistrati, rei di aver rovinato la vita di un uomo con un’accusa infamante, concorso esterno in associazione mafiosa, mi pare forzata, superficiale, poco corretta e irrispettosa della verità.
Aspettando le motivazioni della Cassazione, mi preme sottolineare un aspetto, troverete spiegazioni tecniche più approfondite delle mie, ma semplificando, fungendo da traduttore tra loro e voi, sintetizzerò così la vicenda: il Contrada ha subito un processo che lo vide accusato di concorso esterno, è stato condannato ed ha già scontato la pena, in primo e secondo grado i pm hanno sufficientemente dimostrato alle giurie ed ai presidenti, la colpevolezza dello 007 oltre ogni ragionevole dubbio. Va da se che le prove a carico del Contrada furono e sono chiare ed inequivocabili. Ora, non volendo discutere i dibattimenti e se le condanne fossero più o meno giuste, diamo per superato questo discorso, i processi ci sono stati e le sentenze sono state eseguite. In questi anni la difesa di Contrada è giustamente ricorsa a tutti gli organi possibili a cui chiedere una revisione, financo la Corte europea. Quest’ultima ha sancito nel 2015 che in pratica non si sarebbe dovuto processare, quindi poi condannare, il Contrada, perchè al momento degli episodi e comportamenti contestategli, il reato di : “concorso esterno in associazione mafiosa non era sufficientemente chiaro, né prevedibile da lui. Contrada non avrebbe potuto conoscere le pene in cui sarebbe incorso”

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La Corte di Cassazione di ieri avrebbe quindi sposato questa sentenza ed accolto il ricorso della difesa di Contrada.
Questi sono i fatti, dovendo aspettare ancora le motivazioni di tale sentenza, non mi esprimerò su questa nello specifico, ma sviluppando un discorso più ampio.
La legislazione europea competente dell’ambito mafioso ha molto da imparare da quella italiana, non per bravura di una e negligenza dell’altra, ma semplicemente perchè le istituzioni italiane conoscono molto meglio ( purtroppo ) le mafie. Inutile elencarne i motivi; basti pensare, che ci sono stati come la Germania, che ancora negano l’esistenza di esponenti mafiosi ed attività a loro riconducibili sul proprio territorio. Per questo motivo ritengo molto più competente la magistratura italiana in merito a reati di mafia, tanto di più per un reato di ” concorso esterno ” ancora più complesso  e delicato e soprattutto difficile da dimostrare.
Un altro punto da chiarire è che un processo ci regala una verità processuale e, questa, non per forza  coinciderà con i fatti e con le ricostruzioni storiche. Il giudice Borsellino chiariva questo concetto con un esempio semplice: ” non conoscete nessuno che abbia compiuto un reato ma che l’abbia poi fatta franca per un motivo o per un altro? “. In pratica ci sono situazioni in cui un’assoluzione, tanto meno un annullamento o una prescrizione, sancisce una ricostruzione processuale e non già una ricostruzione storica.
Un esempio eccellente potrebbe essere la prescrizione di Andreotti, il quale non fu assolto, ma prescritto con la precisazione che la vicinanza a cosa nostra del politico era dimostrabile solo fino agli anni 90^, quindi ormai reati prescritti. Qui il mio articolo sul tema.

Tornando al caso Contrada, possiamo sottolineare che la Cassazione non si sia espressa e non abbia smantellato tutto ciò che emerse in dibattimento e che portò alla condanna, la Cassazione dice, allineandosi alla Corte europea, che Contrada non doveva essere processato perchè al momento dei reati “eventualmente” commessi, sui quali non si esprime, lo stesso non poteva sapere che essi costituissero reato.
Quindi non afferma che non abbia favorito cosa nostra, sancisce che al momento dell’illecito l’esponente non poteva sapere di commettere un reato, proprio perchè esso non era ancora codificato chiaramente e previsto nel codice penale. Semplificando ancora, la vicinanza di Contrada ad esponenti mafiosi di spicco, emersa e dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio, non poteva essere perseguibile penalmente perchè allora non costituiva reato codificato.
Ripetiamo, aspettiamo le motivazioni, ma possiamo già affermare con sicurezza che questa non è una sentenza assolutoria, comunque vada, sia che quei reati fossero o no contestabili a Contrada, non conosciamo ancora le azioni che interverranno sul tema, tutto ciò di cui si macchiò il condannato Contrada rimane nelle sentenze di condanna a Palermo e nelle ricostruzioni storiche, ricostruzioni e processi che oggi la solita stampa di regime vorrebbe insabbiare e far dimenticare!

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Tutto questo non tanto per tutelare loschi affari passati di partiti ed esponenti ormai quasi tutti in pensione, rei di “strizzatine d’occhio”, vicinanze e collusioni inqualificabili con organizzazioni mafiose, ma bensì il loro “dovere” è quello di spingere e mentire sul caso Contrada per destabilizzare la magistratura,  delegittimando processi e sentenze che ieri, oggi e domani si sono, si stanno e si occuperanno di “colletti bianchi” collusi con mafie e malaffare. Il richiamo ed il parallelo con il caso Dell’Utri ne è l’esempio lampante. Anni diversi, iter processuali e ruoli diversi, fatti non paragonabili, poco importa, non interessano le dichiarazioni di pentiti e documentazioni prodotte, analizzate e risultate probanti dei reati contestati, non interessa raccontare andando nei particolari l’amicizia con Mangano, le cene con i mafiosi e la vicinanza a boss di cosa nostra ammessi da Dell’Utri, o le intercettazioni di quest’ultimo con Berlusconi durante le quali scherzano in merito ad una bomba messa secondo loro da Mangano alla villa del Cavaliere, dimostrando di sapere chi fosse Mangano e che tipi di rapporti avessero avuto con lui ed i suoi sodali… Tutto questo non interessa, meglio non informare, a loro basta ” formare ” opinioni, ed oggi il messaggio per gli italiani è che Contrada fosse innocente, come e quanto Dell’Utri, i magistrati sbagliarono e vollero condannare i due per pregiudizi politici, compresi Borsellino e Falcone che tanto spinsero per la codificazione del reato di concorso esterno, oggi più che mai messo in discussione con questa sentenza. Ma tranquilli, nelle loro redazioni qualcuno starà già preparando il solito ricordo commosso dei giudici, pronto da sfoderare il 19 luglio, utile a ricordarne la morte e non mai volto a rinnovare e difendere le loro idee di giustizia e verità…

‘NDRANGHETA, ARRESTATO IL LATITANTE GIUSEPPE GIORGI

Pubblicato da Luca Cianflone il 03/06/2017

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Ieri, 2 giugno 2017, il latitante Giuseppe Giorgi è stato assicurato alla legge dagli uomini del Reparto operativo di Reggio Calabria, congiuntamente allo Squadrone Cacciatori Calabria.
I carabinieri dopo anni di lavoro ed investigazioni hanno arrestato il super-latitante nascosto nel camino della sua abitazione a San Luca, esponente di spicco della locale di San luca, cosca Romeo.
Il Giorgi, detto “u capra”, cassiere della locale, oggi cinquantaseienne, era ricercato dal 1994,avrà ora quasi 30 anni da scontare in prigione per sentenze passate in giudicato per i reati di associazione finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti.

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Il commento del mafioso dopo ore in cui i carabinieri cercavano di stanarlo sembra sia stato il solito: “Bravi,mi avete preso” ed altri complimenti agli investigatori; dopo aver rassicurato la famiglia, ha seguito i carabinieri in caserma. Durante il tragitto che conduceva il boss dalla sua abitazione alla macchina dei carabinieri, il Giorgi si è fermato a stringere le mani ( anche un baciamani) di alcuni civili accorsi per dimostrare il proprio rispetto al boss.
Quello su cui vorrei fermarmi e ragionare è sicuramente questo atteggiamento dei compaesani del Giorgi, stigmatizzato giustamente dai media, ma non sviscerato come meriterebbe; dipingendo o lasciando intendere tra le righe, quanto il popolo calabrese, specie in determinate zone, sia sodale con i mafiosi… Ecco questo è il punto che mi preme: quelle persone non si sono lanciate a salutare e rendere omaggio al padrino in segno di rispetto contrapponendo quindi il loro implicito disappunto alle forze dell’ordine, nel linguaggio muto della ‘ndrangheta, quello stringere la mano al boss poteva voler dire a lui ed ai suoi uomini che loro non hanno parlato, non hanno fatto la “spia”…
Per chi non vive in determinate zone, è facile scandalizzarsi per atteggiamenti del genere e giudicare chi con la mafia ci deve condividere il proprio paese, chi ci abita vicino, chi ci è cresciuto insieme, chi condivide negozi e locali tutti i giorni… E’ semplice giudicare e fraintendere atteggiamenti per chi si dimentica o fa finta di non sapere che nello Stato di oggi molti di noi, in Lomabrdia, Liguria, Emilia, Piemonte, Svizzera, Germania, probabilmente ovunque, sono andati a far la spesa in un negozio di appartenenza mafiosa, ma per costoro che continuano a voler ignorare il mondo che li circonda, dicevo, è facile stigmatizzare un popolo, stupirsi per atteggiamenti del genere, credersi migliori di loro e quindi giudicarli quasi come mafiosi essi stessi! A questi vorrei ribadire il concetto che fu di Falcone e Borsellino ed oggi di chi la mafia la combatte davvero come il procuratore Gratteri, la lotta alle mafie non va chiesta ai cittadini, non abbiamo bisogno di eroi, ma necessitiamo di uno Stato forte e presente nelle zone dove la mafia nasce e comanda. In special modo nel caso della ‘ndrangheta, per quanto possano esser lontane le città in cui operano gli ‘ndranghetisti, il luogo di comando, la locale di riferimento rimane il luogo di provenienza della cosca.

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Lo Stato deve essere presente in quelle zone, non mettere i cittadini in condizione di dover interpretare sceneggiate del genere. Questo compito non può e non deve essere affidato unicamente a magistrati e forze dell’ordine, questo è un dovere che deve assumersi lo Stato in tutte le sue estensioni; a cominciare da leggi e riforme che da anni la magistratura chiede, investimenti per quelle regioni abbandonate ai tentacoli delle mafie, più risorse e uomini per gli inquirenti, ma prima di tutto urge cultura antimafia, informazioni e possibilità per i giovani. Noi, loro saranno il futuro; il cambiamento e la lotta alla mafia dovrà camminare sulle loro gambe, se lo Stato continuerà a concedere loro solo la possibilità di dover scappare da quelle terre, o di rimanerne altrimenti prigionieri, l’Italia non potrà far altro che peggiorare. Soprattutto in un momento di crisi in cui gli unici ad avere liquidità e va da se possibilità di lavoro, quindi consenso forzato, dipendenza, sono proprio le mafie, per alcune zone, la carriera mafiosa rappresenta quasi l’unica speranza per un futuro, quelli che non accettano ciò, sono costretti ad andarsene, lasciando una volta di più i paesi in mano alle cosche.

Smettiamola di chiedere ai cittadini di essere eroi, smettiamola anche di aspettarci che i magistrati sostituiscano lo Stato, non spetta loro reprimere un fenomeno sociale, loro hanno il compito di perseguire chi compie reati e con la loro esperienza aiutare i governi a combatterli e prevenirne la diffusione, non dobbiamo chiedere altri Falcone e Borsellino… loro furono la sconfitta più grande per lo Stato italiano, non si seguirono loro richieste, si dovettero esporre in prima persona, quindi furono isolati e delegittimati, per la mafia fu semplice interrompere il loro lavoro, appunto perchè erano soli, non punta di eccellenza di uno Stato unito nella lotta, ma eroi soli, ed anche gli eroi muoiono.
Facciamo nostri i loro insegnamenti e chiediamo, esigiamo dallo Stato di più, non cerchiamo eroi, ma unità di intenti, è lo Stato tutto che deve lottare la mafia, non i cittadini, non gli eroi…

FALCONE E BORSELLINO MERITANO LA VERITA’

Pubblicato da Luca Cianflone il 24/05/2017

”Sulle stragi vogliamo la verità per intero, non solo brandelli”

rita borsellino rai
Rita e Fiammetta Borsellino mettono all’angolo lo Stato in diretta tv

di Aaron Pettinari

“Vogliamo capire cosa ha portato alla morte di Paolo, cosa è successo in quei 57 giorni (trascorsi dalla strage di Capaci, ndr), vogliamo capire cosa c’era scritto nell’agenda rossa, quali sono i motivi per i quali bisognava fare subito fuori Paolo”. La voce di Rita Borsellino risuona forte da via d’Amelio, durante la trasmissione FalconeeBorsellino, l’orazione civile condotta da Fabio Fazio, Pif e Roberto Saviano su Rai1. Un appuntamento televisivo come non si vedeva da tempo sulla tv di Stato. Ci sono le testimonianze, gli interventi degli artisti, i collegamenti tra alcuni luoghi simbolo della vita professionale e privata di Falcone e Borsellino, come lo scoglio dell’Addaura, la biblioteca di Casa Professa, la casa di Falcone in via Notarbatolo, il Giardino della memoria a Capaci. Tre ore di diretta senza interruzioni pubblicitarie, nel giorno in cui a trionfare è stata più la retorica che le denunce. Una giornata dove a parlare con forza sono soprattutto le immagini d’archivio della Rai, servizi in cui si divulgano le voci di un tempo, da quelle dei due magistrati uccisi a quelle dei boss dietro le sbarre nei giorni del maxi processo. Il trionfo della retorica e delle solite promesse di Stato è stato rotto soprattutto grazie a due interventi che hanno messo da parte lo schema di “politically correct” che fino a quel momento era stato mantenuto. “C’è stata molta enfasi attorno a questo 25/o - ha avvertito la sorella di Borsellino - Io non vorrei che questo 25/o metta un punto a certe cose. E’ solo un anno in più del 24/o, e ancora una volta dobbiamo segnare un’assenza di verità e giustizia. I brandelli, i coriandoli di verità non ci interessano, la verità la vogliamo per intero”. E poi ancora: “Ci sono dei punti fermi da cui ripartire come delle sentenze, una che dice che la trattativa tra Stato e mafia c’è stata, che ci sono stati innocenti, poi colpevoli per altre cose, che sono finiti in galera perché qualcuno ha voluto mandarceli per dare in pasto all’opinione pubblica delle cose. Noi vogliamo sapere ora perché, a chi serviva e a chi è servito”. Accanto a lei, mentre parlava, spiccava l’immagine del presidente del Senato Pietro Grasso che, messo all’angolo, ha ribadito in diretta tv: “Abbiamo fatto passi avanti, continueremo a cercarla. Ci vorrebbe qualche altro collaboratore interno alla mafia o esterno alla mafia. Sappiamo da quello che abbiamo accertato che ci sono state delle presenze esterne: chi c’era? Perché c’era? Qualcuno sa”. Grasso ha anche ricordato di “avere fatto qualche passo in avanti” quando interrogò il pentito di Brancaccio, Gaspare Spatuzza. Questi svelò per primo i depistaggi nell’inchiesta sulla strage di via D’Amelio.

Fiammetta Borsellino e le “menti raffinatissime”
fiammetta borsellino rai

E giustizia sui depistaggi di Stato ha chiesto con determinazione la figlia del giudice Borsellino, Fiammetta, che per la prima volta è intervenuta da via d’Amelio: “Credo che con forza dobbiamo pretendere la restituzione di una verità. Non una verità qualsiasi o una mezza verità ma una verità che dia un nome e un cognome a quelle menti raffinatissime, come mio padre le ha definite, che con le loro azioni e omissioni direi, hanno voluto eliminare questi due reali servitori dello Stato”. “Quelle menti raffinatissime - ha aggiunto - che hanno permesso il passare infruttuoso delle ore successive all’esplosione che sapremmo essere fondamentali per l’acquisizione di quelle prove necessarie a uno sviluppo positivo delle indagini, quelle prove a cui mio padre e Giovanni tenevano così tanto”. Fiammetta Borsellino ha evidenziato proprio l’esistenza dei depistaggi nell’inchiesta giudiziaria sull’uccisione del padre: “Tutto questo per me e per la mia famiglia non può passare in secondo piano. Come non può passare in secondo piano, come, per via di false piste investigative, ci sono uomini, imputati per la strage di via d’Amelio, che hanno scontato anni di reclusione senza vedere in faccia i loro figli, esattamente come quei giovani poliziotti che sono morti in via d’Amelio e nella strage di Capaci. Questa restituzione di verità deve essere anche per loro”.
Ed infine ha concluso: “La verità è l’esatto opposto della menzogna. Ed è una cosa che dobbiamo cercare e pretendere ogni giorno e non di cui ricordarci soltanto nei momenti commemorativi. Solo così guardando in faccia i nostri figli potremmo dire loro di vivere in un Paese libero dal puzzo del potere e dal ricatto mafioso”.

Dentro la “parata” istituzionale
Parole, quelle delle due donne, che pesano come macigni su uno Stato che fino a quel momento si era gongolato nella sua “parata” istituzionale. Troppi i rappresentanti delle Istituzioni che si sono succeduti nel raccontare ai tanti giovani giunti da ogni parte d’Italia la “favola” di uno Stato trionfante e di una mafia “sconfitta”. E nel giorno del ricordo e della memoria non è bello leggere notizie come quelle pubblicate da ilgazzettinodisicilia.it con la Polizia che avrebbe ritirato gli striscioni del Garibaldi e del Cannizzaro di Palermo. Striscioni che evidenziavano l’isolamento e denunciavano proprio le passerelle in modo differente. “Non siete Stato voi, siete stati voi” metteva in evidenza il primo; “Il corteo siamo noi, la passerella siete voi”, insisteva il secondo. Niente da fare, anche se il dissenso era espresso in maniera intelligente e civile. Non è bello, poi, apprendere che Alfonso Giordano, presidente della Corte d’Assise che celebrò il maxiprocesso alla mafia, non ha preso parte alle commemorazioni in quanto, come lui stesso ha dichiarato, “non invitato”.

Oltre le parole
Tra le note positive, oltre alla presenza di tanti giovani uniti nel ricordo delle figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (tra questi i 104 bambini dell’Orchestra “Falcone e Borsellino” di Catania che hanno suonato nell’Istituto comprensivo statale Falcone dello Zen, nel luogo del fallito attentato all’Addaura del 19 giugno del 1989 e nella Cappella Palatina, a Palazzo dei Normanni) è stato l’aver finalmente reso onore agli agenti di scorta, non solo chiamandoli per nome (Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina) ma anche dando voce ai sopravvissuti che spesso sono dimenticati. Così in questa giornata hanno preso la parola Giuseppe Costanza, Antonino Vullo e Giovanni Paparcuri ed un pensiero è stato rivolto ad Angelo Corbo, Gaspare Cervello e Paolo Capuzzo. Sotto l’albero di Falcone in via Notarbartolo è intervenuto don Luigi Ciotti, che ha puntato il dito contro “l’antimafia di facciata”, ed anche contro la corruzione definendola come una “peste, per cui è sempre più difficile distinguere tra crimine organizzato, politico ed economico. Per questo dobbiamo impegnarci di più tutti, la speranza si costruisce insieme”.
don ciotti rai

Roberto Saviano, nel leggere l’ultima lettera di Borsellino (“un messaggio di speranza, nonostante sapesse che il tritolo per ucciderlo era già arrivato in Sicilia”), ha ricordato come “oggi sta tornando in maniera rischiosa la cultura del silenzio”. Eppure in pochi hanno riflettuto su quanto avvenuto appena un giorno prima (la morte di un boss mafioso ucciso alla “vecchia maniera” per le strade di Palermo) e quasi nessuno (nemmeno lo stesso scrittore) ha sottolineato come a 25 anni di distanza un magistrato, Antonino Di Matteo, è oggetto di una condanna a morte e di un progetto di attentato con duecento chili di tritolo nascosti chissà dove nella città di Palermo. E’ il non detto che pesa più di mille parole. Tra gli “addetti ai lavori” solo il Procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, intervistato da Il Fatto Quotidiano, ha evidenziato certi fatti, mettendo in fila le zone d’ombra presenti nelle viscere delle stragi che hanno insanguinato il nostro Paese.
Una voce fuori dal coro come quella del procuratore generale di Napoli, Luigi Riello, che, intervenendo alla manifestazione “Palermo chiama Italia”, ha speso una parola anche sul processo più scomodo d’Italia, quello in corso a Palermo sulla trattativa Stato-mafia. Un processo che “deve portare alla luce tutto quello che fu fatto”. Fatti particolarmente scomodi da ricordare in una diretta tv. Ci hanno pensato Rita e Fiammetta a ricordare che venticinque anni dopo la strada per la verità, quella necessaria per avere una vera giustizia, è ancora in salita.

TRATTO DAL SITO ANTIMAFIA2000