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BORSELLINO, 25 ANNI DOPO LA STRAGE DI VIA D’AMELIO

Pubblicato da Luca Cianflone il 19/07/2017

Odio il 19 luglio come odio il 23 maggio, degli anniversari delle stragi di mafia non sopporto il pianto e la commozione generale, tutta la retorica che si nasconde dietro, la falsità di alcuni, la rassegnazione di altri ma soprattutto l’ignoranza di molti!

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Non ho voglia di ricordare Paolo Borsellino e il suo valore, altri, la maggior parte, sarà già impegnata da ore in questo che sembra essere ormai diventato non altro che esercizio abituale. Io voglio parlare di oggi, di domani, in pratica di quello che le istituzioni faranno e vorranno fare per concedere a Borsellino, alla famiglia ed al paese intero quella verità che manca, ed oggi più che allora ne dobbiamo essere consapevoli.
E’ di qualche settimana fa la sentenza di revisione del Processo Borsellino: i colpevoli dei processi passati sono stati assolti, questi i nomi: Gaetano Murana, Giuseppe Orofino, Cosimo Vernengo, Natale Gambino, Salvatore Profeta, Giuseppe La Mattina, Gaetano Scotto, Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura.
Tutti questi sono rientrati nella mistificazione e nelle coperture messe in atto da ” menti raffinatissime”, durante anni di indagini e processi.
Il pentito Scarantino, poi pentitosi di essersi pentito, è stato il grande accusatore di questi macabri giochi, dopo decenni di udienze ed indagini, diversi tentativi di ritrattazione, la conferma delle fragilità delle tesi accusatorie sono state messe definitivamente in dubbio dal collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, il quale accusandosi dell’attentato smentì ricostruzione Scarantino, senza Spatuzza probabilmente saremmo ancora immersi nella falsità, con diversi innocenti in carcere o caricati di orrori non compiuti da loro.

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Il 20 aprile scorso, invece il quarto grado del processo Borsellino, nato sempre dalle dichiarazioni di Spatuzza ha condannato all’ergastolo  i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino; dieci anni sono stati inflitti ai falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci. Prescritto, invece, Vincenzo Scarantino. I giudici hanno riconosciuto al falso pentito l’attenuante di essere stato indotto a fare le false accuse.
Ora sappiamo con certezza e possiamo gridare al mondo che alcuni soggetti, per forza di cose vicinissimi alle indagini, hanno depistato e corrotto inquirenti e magistrati!
I pm dell’accusa del Quater non sono riusciti a dare un volto a queste “menti raffinatissime”, interrogate diverse figure istituzionali vicine in quegli anni a Scarantino, non si sono ottenute prove sufficienti per regalare alla storia i colpevoli di questi depistaggi, l’unico soggetto colpevole di questi atti sembra essere l’ex funzionario di Palermo, poi questore Arnaldo La Barbera, ormai deceduto anni fa…

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Di questo vorrei si occupassero le trasmissioni e l’informazione, importante ricordare impegno e sacrificio degli uomini di Stato uccisi dalle mafie, ma fondamentale sarebbe ristabilire giustizia in una vicenda che ha segnato e segna ancora oggi la storia italiana del secondo dopoguerra, poi ci sarà tempo per tutto il resto, concediamo alle famiglie delle vittime della strage di via D’Amelio la verità, in un paese civile e libero, questa dovrebbe essere la volontà e l’obbiettivo di tutti!

CASO CONTRADA, LA CASSAZIONE NON ANNULLA SENTENZA

Pubblicato da Luca Cianflone il 07/07/2017

In queste ore i mezzi d’ informazione esultano alla notizia che ieri, la Cassazione di Roma, si sia espressa a favore del ricorso del legali di Bruno Contrada, famoso esponente del Sisde degli anni 70^ 80^, annullando la sentenza di condanna della Corte di appello, ormai già scontata dallo stesso.
La vicenda è complessa, ma esultare ed attaccare i magistrati, rei di aver rovinato la vita di un uomo con un’accusa infamante, concorso esterno in associazione mafiosa, mi pare forzata, superficiale, poco corretta e irrispettosa della verità.
Aspettando le motivazioni della Cassazione, mi preme sottolineare un aspetto, troverete spiegazioni tecniche più approfondite delle mie, ma semplificando, fungendo da traduttore tra loro e voi, sintetizzerò così la vicenda: il Contrada ha subito un processo che lo vide accusato di concorso esterno, è stato condannato ed ha già scontato la pena, in primo e secondo grado i pm hanno sufficientemente dimostrato alle giurie ed ai presidenti, la colpevolezza dello 007 oltre ogni ragionevole dubbio. Va da se che le prove a carico del Contrada furono e sono chiare ed inequivocabili. Ora, non volendo discutere i dibattimenti e se le condanne fossero più o meno giuste, diamo per superato questo discorso, i processi ci sono stati e le sentenze sono state eseguite. In questi anni la difesa di Contrada è giustamente ricorsa a tutti gli organi possibili a cui chiedere una revisione, financo la Corte europea. Quest’ultima ha sancito nel 2015 che in pratica non si sarebbe dovuto processare, quindi poi condannare, il Contrada, perchè al momento degli episodi e comportamenti contestategli, il reato di : “concorso esterno in associazione mafiosa non era sufficientemente chiaro, né prevedibile da lui. Contrada non avrebbe potuto conoscere le pene in cui sarebbe incorso”

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La Corte di Cassazione di ieri avrebbe quindi sposato questa sentenza ed accolto il ricorso della difesa di Contrada.
Questi sono i fatti, dovendo aspettare ancora le motivazioni di tale sentenza, non mi esprimerò su questa nello specifico, ma sviluppando un discorso più ampio.
La legislazione europea competente dell’ambito mafioso ha molto da imparare da quella italiana, non per bravura di una e negligenza dell’altra, ma semplicemente perchè le istituzioni italiane conoscono molto meglio ( purtroppo ) le mafie. Inutile elencarne i motivi; basti pensare, che ci sono stati come la Germania, che ancora negano l’esistenza di esponenti mafiosi ed attività a loro riconducibili sul proprio territorio. Per questo motivo ritengo molto più competente la magistratura italiana in merito a reati di mafia, tanto di più per un reato di ” concorso esterno ” ancora più complesso  e delicato e soprattutto difficile da dimostrare.
Un altro punto da chiarire è che un processo ci regala una verità processuale e, questa, non per forza  coinciderà con i fatti e con le ricostruzioni storiche. Il giudice Borsellino chiariva questo concetto con un esempio semplice: ” non conoscete nessuno che abbia compiuto un reato ma che l’abbia poi fatta franca per un motivo o per un altro? “. In pratica ci sono situazioni in cui un’assoluzione, tanto meno un annullamento o una prescrizione, sancisce una ricostruzione processuale e non già una ricostruzione storica.
Un esempio eccellente potrebbe essere la prescrizione di Andreotti, il quale non fu assolto, ma prescritto con la precisazione che la vicinanza a cosa nostra del politico era dimostrabile solo fino agli anni 90^, quindi ormai reati prescritti. Qui il mio articolo sul tema.

Tornando al caso Contrada, possiamo sottolineare che la Cassazione non si sia espressa e non abbia smantellato tutto ciò che emerse in dibattimento e che portò alla condanna, la Cassazione dice, allineandosi alla Corte europea, che Contrada non doveva essere processato perchè al momento dei reati “eventualmente” commessi, sui quali non si esprime, lo stesso non poteva sapere che essi costituissero reato.
Quindi non afferma che non abbia favorito cosa nostra, sancisce che al momento dell’illecito l’esponente non poteva sapere di commettere un reato, proprio perchè esso non era ancora codificato chiaramente e previsto nel codice penale. Semplificando ancora, la vicinanza di Contrada ad esponenti mafiosi di spicco, emersa e dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio, non poteva essere perseguibile penalmente perchè allora non costituiva reato codificato.
Ripetiamo, aspettiamo le motivazioni, ma possiamo già affermare con sicurezza che questa non è una sentenza assolutoria, comunque vada, sia che quei reati fossero o no contestabili a Contrada, non conosciamo ancora le azioni che interverranno sul tema, tutto ciò di cui si macchiò il condannato Contrada rimane nelle sentenze di condanna a Palermo e nelle ricostruzioni storiche, ricostruzioni e processi che oggi la solita stampa di regime vorrebbe insabbiare e far dimenticare!

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Tutto questo non tanto per tutelare loschi affari passati di partiti ed esponenti ormai quasi tutti in pensione, rei di “strizzatine d’occhio”, vicinanze e collusioni inqualificabili con organizzazioni mafiose, ma bensì il loro “dovere” è quello di spingere e mentire sul caso Contrada per destabilizzare la magistratura,  delegittimando processi e sentenze che ieri, oggi e domani si sono, si stanno e si occuperanno di “colletti bianchi” collusi con mafie e malaffare. Il richiamo ed il parallelo con il caso Dell’Utri ne è l’esempio lampante. Anni diversi, iter processuali e ruoli diversi, fatti non paragonabili, poco importa, non interessano le dichiarazioni di pentiti e documentazioni prodotte, analizzate e risultate probanti dei reati contestati, non interessa raccontare andando nei particolari l’amicizia con Mangano, le cene con i mafiosi e la vicinanza a boss di cosa nostra ammessi da Dell’Utri, o le intercettazioni di quest’ultimo con Berlusconi durante le quali scherzano in merito ad una bomba messa secondo loro da Mangano alla villa del Cavaliere, dimostrando di sapere chi fosse Mangano e che tipi di rapporti avessero avuto con lui ed i suoi sodali… Tutto questo non interessa, meglio non informare, a loro basta ” formare ” opinioni, ed oggi il messaggio per gli italiani è che Contrada fosse innocente, come e quanto Dell’Utri, i magistrati sbagliarono e vollero condannare i due per pregiudizi politici, compresi Borsellino e Falcone che tanto spinsero per la codificazione del reato di concorso esterno, oggi più che mai messo in discussione con questa sentenza. Ma tranquilli, nelle loro redazioni qualcuno starà già preparando il solito ricordo commosso dei giudici, pronto da sfoderare il 19 luglio, utile a ricordarne la morte e non mai volto a rinnovare e difendere le loro idee di giustizia e verità…

DELL’UTRI DIMENTICA…

Pubblicato da Luca Cianflone il 11/12/2016

L’ex senatore dal carcere, intervistato dal Corriere, nega di aver mediato tra mafia e Berlusconi
di Aaron Pettinari

La fuga in Libano? “Una leggenda metropolitana”. La mediazione tra capomafia e Silvio Berlusconi“Non ho fatto niente di tutto questo”. Gli incontri con Bontate, Teresi e Di Carlo negli anni Settanta? “Mai avvenuti. I giudici hanno detto il contrario, lo so, ma senza prove. La verità è che noi viviamo nel Paese dei pubblici ministeri, sono loro che comandano”. Torna a parlare Marcello Dell’Utri. Lo fa dal carcere di Rebibbia, a Roma, dove sconta una pena definitiva di 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. L’ex senatore, intervistato da Giovanni Bianconi per il Corriere della Sera, se la prende con i magistrati che hanno indagato (e che indagano?) su di lui, “assolvendo” i giudici che, a suo dire, “possono anche sbagliare, o subire i condizionamenti di certi climi, com’è successo a Palermo nel mio processo d’appello”.
Parla, facendo finta di dimenticare le prove che hanno portato alla condanna in Cassazione. Nelle motivazioni della sentenza i giudici della Suprema corte hanno scritto nero su bianco che l’ex senatore, per 18 anni, dal ’74 al ’92, è stato il garante “decisivo” dell’accordo tra Silvio Berlusconi e Cosa nostra in quanto ha “consapevolmente e volontariamente fornito un contributo causale determinante che senza il suo apporto non si sarebbe verificato, alla conservazione del sodalizio mafioso e alla realizzazione, almeno parziale del suo programma criminoso, volto alla sistematica acquisizione di proventi economici ai fini della sua stessa operatività, del suo rafforzamento e della sua espansione”. Inoltre “la sistematicità nell’erogazione delle cospicue somme di denaro da Marcello Dell’Utri a Gaetano Cinà sono indicative della ferma volontà di Berlusconi di dare attuazione all’accordo al di là dei mutamenti degli assetti di vertice di Cosa nostra”.
I giudici hanno poi messo in evidenza come “il perdurante rapporto di Dell’Utri con l’associazione mafiosa anche nel periodo in cui lavorava per Filippo Rapisarda e la sua costante proiezione verso gli interessi dell’amico imprenditore Berlusconi veniva logicamente desunto dai giudici territoriali anche dall’incontro, avvenuto nei primi mesi del 1980, a Parigi, tra l’imputato, Bontade e Teresi, incontro nel corso del quale Dell’Utri chiedeva ai due esponenti mafiosi 20 miliardi di lire per l’acquisto di film per Canale 5″. L’ex braccio destro di Berlusconi non rinnega Forza Italia ed il partito creato nel 1994 però rimpiange di essere in cella oggi che “si avvicina il finale”. Poi aggiunge: “Avrei fatto meglio a farmi arrestare prima e scontare subito la condanna”. Eppure se volesse veramente tornare a casa basterebbe poco, decidendosi a “vuotare il sacco” e rivelare quel che sa di quei rapporti con la mafia intrattenuti almeno fino al 1992. Per gli anni successivi Dell’Utri è stato assolto ma di elementi che possano far pensare che gli stessi siano proseguiti non mancano.

Il Paese nelle mani
Basta ricordare le parole del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza che al processo trattativa Stato-mafia aveva ribadito le sue accuse: “Ci recammo presso il bar Doney, in via Veneto a Roma. Già fuori c’era Giuseppe Graviano ad attenderci. Lui era latitante e sebbene sarebbe dovuto salire in macchina mi invita ad entrare al bar per consumare qualcosa. Aveva un’aria gioiosa e mi disse che avevamo ottenuto tutto quel che cercavamo grazie a delle persone serie che avevano portato avanti la cosa. Io capii che alludeva al progetto di cui mi aveva parlato già in precedenza, in un altro incontro a Campofelice di Roccella”. “Poi – aveva spiegato – aggiunse che quelle persone non erano come quei quattro crasti (cornuti, ndrdei socialisti che prima ci avevano chiesto i voti e poi ci avevano fatto la guerra”. “‘Ve l’avevo detto che le cose sarebbero andate a finire bene’”, avrebbe detto Graviano. “Poi – aveva continuato – mi fece il nome di Berlusconi. Io gli chiesi se fosse quello di canale 5 e lui rispose in maniera affermativa. Aggiunse che in mezzo c’era anche il nostro compaesano Dell’Utri e che grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani”. E per Paese, specifica Spatuzza, “intendo l’Italia”.
Ma all’ex senatore non interessa, giudicando il processo in corso a Palermo “astruso” come quello sulla “P3” che lo vede coimputato con Denis Verdini, un tempo vicino a Berlusconi ed fino a ieri “stampella”, con il suo gruppo, del governo Renzi. Nell’intervista Dell’Utri parla del tempo trascorso in cella, dei suoi studi, arrivando a definirsi “un prigioniero che ha perso una guerra ancora in corso”. Una guerra contro chi? “Contro Silvio Berlusconi, e contro di me per interposta persona”.

Quali leggende metropolitane
Una “vittima”, dunque, capace di ridurre ad una semplice “leggenda metropolitana” la sua fuga verso il Libano (guarda caso uno dei Paesi fuori “dall’Area Schengen”, il trattato che ha abolito le frontiere tra gli stati, per cui non ha valore il mandato di cattura europeo), per darsi alla latitanza. “Se avessi voluto sottrarmi alla giustizia avrei soggiornato nel più famoso albergo di Beirut? Ero andato a verificare la possibilità di una collaborazione tra la mia fondazione ‘Biblioteca di via Senato’ e un’analoga fondazione culturale dell’ex presidente Gemayel” sostiene rispondendo alla domanda di Bianconi. Anche in questo caso, però, l’ex politico, arrestato il 12 aprile 2014 a Beirut, continua ad omettere alcuni dettagli. Si era infatti reso irreperibile a pochi giorni dalla sentenza della Cassazione nonostante l’ordine di custodia cautelare emesso dalla Corte d’Appello di Palermo per pericolo di fuga.
La sua volontà di recarsi all’estero era un dato noto agli inquirenti grazie ad un’intercettazione ambientale della Procura di Roma che indagava su Gianni Micalusi, imprenditore calabrese, nell’ambito di una inchiesta di riciclaggio. Alberto Dell’Utri, parlando con il titolare del ristorante Assunta Madre di Roma, Vincenzo Mancuso, discuteva su un eventuale rifugio all’estero per il fratello, e faceva riferimento al fatto che la Guinea “è un Paese che concede i passaporti diplomatici molto facilmente… bisogna accelerare i tempi”. E Mancuso gli rispondeva: “Ma scusami, Marcello non ha pensato a farsi nominare ambasciatore della Guinea?”.
Ma anche il Libano poteva andare bene in quanto, diceva sempre Alberto Dell’Utri“Il programma è quello di andarsene in Libano perché lì è una città dove Marcello ci starebbe bene perché lui c’è già stato la conosce, c’è un grande fermento culturale… per lui andrebbe bene”. A questi dati si sono successivamente aggiunte segnalazioni anonime e testimonianze sulla sua presenza in un volo Parigi-Beirut.
Insomma elementi tutt’altro che “leggendari” ma basati su riscontri. E anche fosse come sostiene Dell’Utri si sa che anche “miti” e “leggende” hanno in sé elementi di verità. O non si vuole tener conto anche di questo?

TRATTO DEL SITO ANTIMAFIADUEMILA

SENTENZA MANNINO- LE MOTIVAZIONI SECONDO INGROIA

Pubblicato da Luca Cianflone il 05/11/2016

Ingroia: “Sentenza Mannino frutto di una somma di pregiudizi”

ingroia antonio c giannini big

Mi aspetto che la Procura impugni e ricorra in appello”
di Lorenzo Baldo ed Aaron Pettinari
“E’ una sentenza annunciata”. Così Antonio Ingroia, ex procuratore aggiunto di Palermo, aveva commentato la sentenza con cui lo scorso anno, il gup di Palermo aveva assolto l’ex ministro della Dc, Calogero Mannino al processo trattativa Stato-mafia, per non “aver commesso il fatto” in base all’articolo del codice di procedura penale 530 comma secondo. Una formula che ricalca la vecchia assoluzione per “insufficienza di prove” e che viene applicata quando la prova del reato “manca, è insufficiente o è contraddittoria”. Nei giorni scorsi, a quasi un anno di distanza dalla lettura del dispositivo, è stata depositata la motivazione della sentenza.

Dottor Ingroia, dopo l’assoluzione di Mannino, intervistato da “La Repubblica”, aveva ricordato che “nessuno, in Italia e soprattutto dentro le Istituzioni politiche e giudiziarie, voleva questo processo che ha creato grattacapi e persino conflitti con il Quirinale. Ma quello che in tanti volevano era che si cancellasse la trattativa dal vocabolario e dal pubblico dibattito del Paese”. Leggendo questa sentenza è uscita rafforzata questa sua convinzione?
Ovviamente esce rafforzata e ancora una volta la mia fiducia nella giustizia e nella magistratura italiana viene colpita duramente. Personalmente denoto che questa sentenza non sia frutto di un giudizio ma si una somma di pregiudizi. E’ infarcita di petizioni di principio non dimostrate e di reprimende nei confronti dei pubblici ministeri per come hanno operato. Quindi si parla di testimoni e di imputati che non hanno raccontato la verità solo perché, oltre a raccontarla nelle aule giudiziarie, lo hanno fatto anche davanti all’opinione pubblica, utilizzando i mezzi di comunicazione. Quindi diventa una sentenza in alcuni passaggi presuntuosa ed arrogante che in modo sprezzante rifiuta persino di confrontarsi con risultanze processuali.

Quando parla di affermazioni pregiudiziali a cosa si riferisce?
Personalmente credo che vi siano prove evidenti che non vengono affatto tenute in considerazione. Il caso più clamoroso è quello relativo alla “grossolana manipolazione del papello”. Il giudice lo definisce così ignorando le prove che l’accusa aveva accompagnato come le approfondite ed accurate perizie tecniche svolte proprio su quei documenti. Perizie molto sofisticate, disposte a suo tempo e che non sono mai state smentite ma che confermano l’autenticità intrinseca del documento. A meno che non si ipotizzi che Ciancimino jr fosse un preveggente. Che già vent’anni fa avesse previsto che avrebbe dovuto fabbricare un falso, custodendo una risma di carte del tempo, al fine di ingannare i periti che avrebbero fatto la perizia merceologica successivamente. Senza contare che vent’anni addietro, quando esisteva quella carta, le perizie merceologiche non consentivano di ricostruire la datazione della carta utilizzata. Nelle oltre 500 pagine, poi, non si entra nel merito dei fatti ma si riportano parzialmente le posizioni delle parti, la tesi dell’accusa e della difesa, con qualche chiosa del giudice.

Da più parti si grida che con questa sentenza “crolla il processo trattativa” che si sta celebrando davanti alla Corte di Assise di Palermo. E’ d’accordo?
Questa è una autentica sciocchezza. I due processi hanno un’impostazione differente. E’indubbio, e va a merito dei legali di Mannino che hanno scelto la strada del giudizio abbreviato, che la posizione dell’ex ministro della Dc, rispetto a quella di altri imputati, sul piano probatorio non era altrettanto fortissima. A differenza degli altri imputati, in questo caso, vi sono pochi testi che offrono un contributo sul concorso diretto di Mannino alla realizzazione della minaccia. Benché a mio parere la sua posizione sia solidamente provata, questo certamente era un punto critico. Ma ci sono anche altre cose insolite che hanno preceduto questa sentenza.

Ovvero?
E’ un fatto senza precedenti che le motivazioni di una sentenza escano dopo pochi giorni dalla pubblicazione di un articolo di giornale in cui da una parte si blandisce e ci si complimenta per l’assoluzione del potente di turno e dall’altra si sollecita a fare in fretta per il deposito delle motivazioni, sottolineando il ritardo. Coincidenza vuole che, all’improvviso, il sollecito ottiene l’effetto. Non solo. Vi è un comunicato del Presidente del Tribunale di Palermo che comunica il deposito anche alla stampa e poi, agli stessi, viene consegnata una “bozza” di motivazioni di sentenza, priva di correzioni. Ciò significa che ancora non era stata depositata la motivazione definitiva? O erano stati depositati entrambi i documenti ed alla stampa è stata data la bozza? Comunque la si mette è un caso anomalo e ci possono essere elementi per verificare se vi sia qualche responsabilità disciplinare. Quando nel recente passato parlai delle intercettazioni tra Mancino e Napolitano immediatamente furono mandati gli ispettori per verificare se le stesse fossero state distrutte effettivamente. Cosa accadrà ora?

Tornando alle motivazioni della sentenza, per il Gup la minaccia al corpo politico dello Stato c’è stata ma bisogna comprendere chi l’ha messa in atto e chi ne ha preso parte “consapevolmente”.
Personalmente credo che quel passaggio dimostri il muoversi della motivazione nella totale confusione di idee. Sul punto della minaccia, di fatto, si dice e non si dice. Si conferma che è avvenuto dal punto di vista “naturalistico” e bisognerebbe chiedere all’estensore cosa volesse dire con questo termine. Poi non si sbilancia sulla configurabilità del reato contestato, l’art.338, senza neanche valutare l’ipotesi prevista dall’articolo 289 c.p., ovvero “Attentato contro organi costituzionali e contro le assemblee regionali”, come richiesto dalla difesa. Inoltre si denota una certa ansia nel cercare di demolire, non so se per accontentare le varie pressioni di stampa degli ultimi tempi, l’impianto accusatorio nel suo complesso; esaminando persino la posizione di altri imputati nel procedimento principale. In questa maniera la sentenza straripa e va al di là del seminato. Senza dimenticare poi la presenza delle accuse ai pm per aver presentato troppo materiale, quasi a giustificare anche il ritardo del deposito delle motivazioni della sentenza.

Sempre nelle motivazioni si legge che “nei confronti di Mannino gli elementi indiziari per affermare che vi fu da parte sua il genere di interferenza di cui è accusato risultano non adeguati”. Cosa ne pensa?
Nei passi in cui si motiva la formula utilizzata, ovvero quella “per non aver commesso il fatto” con la formula dubitativa dell’insufficienza di prove, bisogna dire in primo luogo le prove che si sono ritenute sussistenti per Mannino, poi le altre che sono contradditorie. Io credo che questo non sia stato fatto in maniera adeguata. E credo che il problema sia stato la non completa lettura e comprensione degli atti. Questo si inserisce in un quadro complessivo per cui, salvo rarissime eccezioni, spesso non si vuole guardare la verità che traspare dai fatti processuali. E’ la punta dell’ iceberg di un Paese sommerso che, nelle istituzioni e non solo, non ha nessuna voglia di fare i conti con la verità su quella stagione.

In un’intervista rilasciata all’Adnkronos Mannino dice che il gip Piergiorgio Morosini, nel suo rinvio a giudizio aveva scritto che “bisogna che i pm provino che Mannino ha influenzato l’avvio della trattativa”. Ad onor del vero, però, Morosini non ha mai usato quelle parole ma scriveva testualmente: “In ordine a questi punti della ricostruzione fattuale, vanno evidenziate prove di natura documentale e dichiarativa, il cui spessore probatorio andrà ulteriormente sondato con la futura verifica dibattimentale”. Un nuovo caso di strumentalizzazione delle parole?
Personalmente non me la sento di fare polemica nei confronti di Mannino, anche se da parte sua non ha mai mancato di farla, dimostrando di provare irritazione per chi oggi non ha più limiti per esporre propri pensieri in maniera libera, specie se si tratta di verità scomode. Quello che è certo, e credo che fosse più che ragionevole e condivisibile, il passaggio del provvedimento del gup del tempo, Morosini il quale sanciva la necessità di un vaglio giudiziario rigoroso ed attento. E io credo che l’attività svolta ulteriormente, l’integrazione probatoria fatta dopo la richiesta di rinvio a giudizio, gli ulteriori elementi acquisiti possono far arrivare ad una verità processuale. Quello che mi auguro si farà una volta che la Procura di Palermo presenterà ricorso contro questa sentenza di primo grado.

Tornando alle motivazioni della sentenza. Il gup non ritiene particolarmente rilevante la testimonianza di Sandra Amurri relativa alle parole dette di Mannino all’on. Gargani. Addirittura si parla di “suggestione mediatica”. Lei, che raccolse le dichiarazioni della giornalista quando era pm, come le considera?
Ancora una volta scorgo il pregiudizio riguardo ad una presunta attendibilità minorata di un teste solo perché fa il giornalista in un giornale dove sono stati riportati con attenzione fatti di cronaca e commenti riguardo al processo e le indagini. Ciò lascia il tempo che trova. Io posso dire questo. La Amurri la sentii nell’immediatezza dei fatti e devo dire che lei ebbe una straordinaria correttezza. Il giudice non tiene in nessuna considerazione un fatto. Se davvero fosse stata condizionata dal suo ruolo, anziché recarsi presso l’autorità giudiziaria, avrebbe scritto un articolo, costringendoci ad interrogarla successivamente. Così non è stato. Lei ha dimostrato di essere prima un cittadino. Un atteggiamento trasparente ed immune di qualsiasi tipo di sospetto.

Sempre nella sentenza si fa un lungo elenco di fatti (dai timori di Mannino, agli incontri con Guazzelli, passando per l’indagine “Corvo 2”, “mafia appalti” ed altri ancora) che vengono considerati dal giudice come “notori”, “pacifici” o “irrilevanti”. Fatti che poi vengono affrontati con una visione non complessiva ma frazionata e, in alcuni casi, vengono solamente citati. Vede qualche parallelismo con il passato?
Siamo di fronte a quello che è noto anche come “metodo Carnevale” ovvero l’atomizzazione degli indizi. Questi vengono scarnificati e così si perde di vista la valutazione complessiva del quadro indiziario. Se tu li scomponi e cerchi di valorizzare o privilegiare una spiegazione alternativa in ogni singolo passaggio indiziario ecco che si arriva ad uno svuotamento. Ciò è avvenuto in passato in diverse sentenze e, ahimè, spesso ha riguardato diversi personaggi potenti e politici.

Nella sentenza si parla anche del contatto che i vertici del Ros hanno avuto con Vito Ciancimino. Per analizzarli si citano sentenze ed anche altri procedimenti. E’ questo il giusto approccio?
Anche in questa procedura, del tutto non ortodossa, un giudice dovrebbe valutare gli elementi di prova che ha davanti, senza fare una sorta di sondaggio sui presunti orientamenti prevalenti. Il giudice deve assumere una sua autonoma valutazione sulla base degli elementi di prova e deve scrivere le motivazioni per le quali gli sembrano attendibili, rilevanti i singoli elementi di prova. Per le sue valutazioni non deve ripararsi sulla presunta maggiore o minore autorevolezza di questa o quella sentenza o questo o quell’ufficio giudiziario. Penso al passaggio in cui si sottolinea che sulla credibilità di Ciancimino le valutazioni e le impostazioni della Procura di Palermo sono diverse da quelle di altri uffici giudiziari. Questo genere di valutazioni possono essere proprie di un giornalista, non di un giudice.

In occasione dell’anniversario della strage di via D’Amelio lei ha dichiarato: “Noi viviamo una stagione di declino in quella corsa alla verità. In questi anni si è commesso un grave errore. Quello di delegare alla sola magistratura la lotta per cambiare il Paese. E’ accaduto con Falcone e Borsellino. E’ accaduto con Caselli, Scarpinato, con Ingroia, ora con Di Matteo e così si rischia di creare un circolo vizioso”. Siamo ancora in tempo per rimediare a questo declino nella ricerca della verità?
Siamo ancora in tempo solo se si fa in fretta. Il conto alla rovescia è andato molto avanti fino al punto di non ritorno. Per evitare si superare questo occorre un’inversione ad U e non vedo le energie etiche, prima ancora che professionali, dentro le istituzioni giudiziarie e politiche. Poi c’è anche una magistratura che quell’energia la ha ma è messa all’angolo e quasi del tutto neutralizzata. Per evitare questo processo di annientamento occorre una riappropriazione di quella delega, da parte di cittadini onesti che hanno un alto senso di giustizia. Parlo di quei cittadini che credono che senza verità non solo non c’è giustizia ma anche democrazia. Loro devono farsi carico della responsabilità, devono scendere in piazza, protestare, manifestare, prendere posizione, e contestare fino alle istituzioni più alte. Il non smuovere un dito, dal Presidente della Repubblica in giù, non è un atto innocente ma colpevole. Quando riusciremo a rilanciare questo movimento dal basso da parte dei cittadini si potrà dare più forza ai magistrati ed a quegli uomini all’interno delle istituzioni, che ci sono e sono onesti, appassionati di verità, giustizia e democrazia costituzionale. Personalmente credo che sia necessario un impegno in prima persona. Se continuiamo a delegare, a fare il tifo nei confronti di quei magistrati che sono in difficoltà, all’angolo, siamo tutti destinati alla sconfitta. Serve un’iniziativa forte e continua. Penso ad una raccolta di firme, ad una proposta di legge popolare. Penso che possa essere importante anche riproporre una Commissione d’inchiesta parlamentare antimafia seria che si occupi delle stragi. Quella attuale si è fin qui occupata di tutt’altro mentre, a mio parere, sarebbe importante affrontare il tema di un processo che affronta la storia del nostro Paese che spesso viene ignorata e dimenticata.

Dunque secondo lei non vi sarebbe il rischio di una sovrapposizione?
Io ero d’accordo anche in passato alla realizzazione di una Commissione su questo punto. Oggi la magistratura non ha la forza per affrontare da sola questo tema. Serve una Commissione di inchiesta diversa, che non sia controllata dalla politica e che permetta la partecipazione dei rappresentanti delle Associazioni dei familiari delle vittime. Una partecipazione in prima persona della società civile e dei cittadini onesti che chiedono verità e giustizia. Una Commissione paritetica e mista. Al momento la legge non prevede questa modalità e potrebbe essere uno spunto per qualche parlamentare di appoggiare una proposta simile o persino per una proposta di legge popolare. Come dicevo prima non vi può essere democrazia se non si ha verità su quella che non fu la stagione delle stragi ma la stagione della trattativa Stato-mafia. Perché le stragi, non si può ignorare, sono state causate proprio da questa.

Nel suo libro “Dalla parte della Costituzione. Da Gelli a Renzi: quarant’anni di attacco alla Costituzione” lei affronta anche la questione di quei “sistemi criminali” (individuati assieme ad alcuni suoi colleghi in un’inchiesta poi archiviata) che sono alla base del processo sulla trattativa Stato-mafia. Gli attacchi vergognosi al processo sulla trattativa, o anche sentenze come queste che in maniera schizofrenica smontano e rimontano fatti e circostanze, finiscono per rinvigorire questo attacco alla Costituzione?
Ovviamente si. La storia del nostro Paese negli ultimi 40-50 anni mette in evidenza una frattura. Da una parte c’è l’Italia degli onesti e da un’altra l’Italia delle lobby occulte. Alcune delle quali a forte connotazione criminale ed altre economiche che con quelle criminali fanno affari. La Costituzione è stata a lungo l’arma con cui l’Italia dei cittadini onesti, dei partigiani della Costituzione, ha affrontato l’Italia delle lobby. Questa è sopravvissuta, ha vissuto dei momenti difficili ed ora è passata al contrattacco. Oggi quella Costituzione è diventata una “cittadella fortificata” dove all’interno ci sono asserragliati gli italiani onesti, i partigiani della Costituzione, gli assetati di verità e giustizia, che ora rischia di crollare. Il referendum Costituzionale rappresenta l’assalto finale in linea con i desideri e gli interessi delle lobby occulte all’interno delle quali si trova anche la mafia. Vi sono gli interessi di quei pezzi di ceto politico, di istituzioni che con la mafia hanno trattato, ci sono i misteri dei tanti delitti politico-mafiosi che sono rimasti senza colpevoli, dello stragismo della trattativa Stato-mafia del ’92/’93. E l’esito di questo scontro finale è decisivo per il futuro delle lobby e per il futuro dei cittadini onesti. Se dovesse vincere il si vi sarà il saccheggio e la devastazione con la cittadella che andrà a fuoco assieme alla Costituzione. Con il No, l’assedio sarà vinto e potrebbe esserci la possibilità di uscire fuori dalle mura per una controffensiva. Potrebbe essere l’inizio di una nuova alba della democrazia. Sarà in quel momento che le migliori componenti delle istituzioni potranno venire fuori e sconfiggere definitivamente queste lobby. Una strada difficilissima in questo momento, che a mio avviso è uno dei peggiori per le sorti del nostro Paese. Tuttavia non ho perso la speranza e spero che ciò possa diventare realtà una volta che sarà vinta la sfida referendaria del 4 dicembre.

TRATTO DAL SITO ANTIMAFIADUEMILA